mercoledì 10 dicembre 2014

A CHI NON CONOSCE LA STORIA DEI MARTIRI DIMENTICATI DI ALCAMO DIRAMAZIONE

L’Amministrazione alcamese guidata dal Sindaco, Sebastiano Bonventre, ha deliberato di intitolare una strada allo scultore alcamese, Giuseppe Bambina (1905-1994), per commemorare il ventennale della sua scomparsa e ricordare l’uomo, l’artista e le opere.

http://www.trapaniok.it/7854/Cultura-trapani/alcamo-comune---l-amministrazione-bonventre-ricorda-lo-scultore-alcamese-giuseppe-bambina#.VIieqDGG-LU


Commemorare i figli della nostra terra che si sono distinti nelle loro attività è certamente lodevole.
Dimenticare i nostri fratelli Alcamesi, martiri della follia della guerra è gravissimo.
Chi, fra i nostri concittadini sotto i 60 anni, sa qualcosa dei poveri morti ammazzati di Alcamo Diramazione, circa 70 anni addietro, vittime incolpevoli della follia criminale e dei postumi di una stupida guerra?
Leggete la storia dei Martiri di Alcamo Diramazione, tratta da un pregevole libro dal titolo FRA' DIAVOLO, di NELLO MORSELLINO e scoprirete fatti che forse non conoscete e che invece meritano di essere conosciuti e ricordati da tutti.












CAPITOLO PRIMO



LA STRAGE
DI ALCAMO DIRAMAZIONE

Ogni anno, in Francia, il 14 luglio si celebra la più grande ricorrenza storica nazionale, un giorno indimenticabile quando — proprio il 14 luglio 1789, — il popolo francese in rivolta, prese la Bastiglia, il tristemente noto carcere parigino, liberando tutti i prigionieri politici che la tirannia del potere reale di Luigi XVI aveva tentato di liquidare con tante impiccagioni.
Da quel fatidico 14 luglio 1789 finì la tirannide ed il terrore ed al grido di "libertè, egalitè, fraternitè" iniziò la democrazia francese.
Ad Alcamo invece, il 14 luglio di ogni anno dovrebbe essere giorno di lutto cittadino perché quell'infausto giorno di 62 anni fa, la forza pubblica, ispirata dalla faziosità fascista, sparò — nei pressi della stazione di Alcamo Diramazione — contro una decina di inermi cittadini inizialmente intenti ai lavori agricoli o a diverse incombenze artigianali.
Ma raccontiamo i fatti:
È il 14 luglio del 1943, un mercoledì, ed ancora in Sicilia era presente il regime fascista, un regime ormai giunto alla sua fine, ingloriosa e sanguinaria, ma ancora per pochi giorni abbarbicato con i suoi rappresentanti, ad un potere che gli stava scivolando tra le dita, dato che qualche giorno prima, esattamente il 10 luglio del 1943, gli alleati anglo-americani erano già sbarcati a Gela e Licata stabilendo una salda testa di ponte, il primo grande passo per la liberazione dell'Italia dai tedeschi e dai fascisti.
E mentre gli Alleati erano impegnati dalle parti di Gela per rinforzare la loro testa di ponte dell'esercito, quel 14 luglio del 1943 alcuni aerei alleati — nell'intento di bloccare il rifornimento alle rimanenti truppe italiane che (molto poche!) ancora combattevano — mitragliarono e bombardarono la Stazione ferroviaria di Alcamo Diramazione che era un nodo di primaria importanza per tutta la Sicilia Occidentale.
Nell'intenso bombardamento, gli aerei americani danneggiarono diverse tratte di binari centrando anche diversi carri-merce chiusi facendone saltare le fiancate e sparpagliando il loro contenuto per terra.
In quel triste periodo, la fame era tanta e tanto arretrata, non c'era quasi nulla da mangiare e non si poteva nemmeno macinare il grano per fare il pane, perché il regime fascista aveva vietato ai mulini, di macinare il frumento che i contadini avrebbero dovuto invece portare "all'ammasso" e quindi sembrò compiersi un "miracolo" quando diversi contadini ed operai della zona — uscendo dagli improvvisati rifugi di fortuna dove si erano rintanati per sfuggire ai bombardamenti — videro sparso per terra, e caduto dai carri, un profluvio di roba da mangiare: decine e decine di sacchi sventrati contenenti generi alimentari tra cui riso, zucchero e carne secca, oltre a tanto scatolame vario e formaggini.
Cos'altro c'era da fare se non raccogliere quanta più roba possibile per cercare di sfamarsi, un ben di Dio sparpagliato per terra e destinato a rovinarsi o a perdersi?
E così una quindicina di contadini ed addetti ai mulini (presenti nei pressi della Stazione perché vi scorre un fiume che alimentava le macine) si precipitarono a riempire tutti i contenitori che poterono trovare, per portare a casa qualcosa da mettere sotto i denti.
Ma della stessa idea non furono le Forze dell'Ordine, di Alcamo, comandate dal tenente-colonnello Rolando Cultrera (che si dice sia stato ucciso a Messina, poco tempo dopo, in circostanze misteriose) le quali, avvertite forse da persone compiacenti, si precipitarono alla Stazione, radunarono quei poveri disgraziati ancora intenti a raccogliere quegli alimenti, e che la fame aveva spinto a fare un rifornimento insperato, li spinsero contro un muro poco distante e senza pensarci due volte li passarono per la armi, fucilandoli.
Abbiamo, più sopra, fatto il nome del tenente colonnello Rolando Cultrera solo perché esso è citato in diversi libri, prima fra tutti "Storia di Alcamo" di mons. Vincenzo Regina e poi ripreso in altri testi. Ma tutta la faccenda non ci ha mai persuaso, anche perché non si è mai saputo da dove sia spuntato il nome di Cultrera. Ed è per questo che abbiamo voluto effettuare tramite fonti ufficiali, più accurate ricerche che hanno dato i risultati specificati piü avanti, e che sono completamente diversi da quelli riferiti da altri autori.
A quel tempo si disse che erano stati i carabinieri ed in effetti — per rispetto alla verità storica — non possiamo non citare il nome di Palmeri Giuseppe di anni 50 che dal registro dei seppelliti del Cimitero di Alcamo, risulta essere stato "ucciso dai R.R. Carabinieri". La circostanza dell'intervento dei Carabinieri Regi, lo ricorda ancora perfettamente un nostro amico, Francesco Messina, alcamese, oggi settantaduenne, Direttore Didattico in pensione, che abitava — essendo estate — in Contrada "Virgini"in una casa quasi adiacente la Statale 113 e che (aiutato dalla "memoria remota" che fa ricordare molto bene alla persona di una certa eta, vividi episodi di gioventù), cosi ci raccontò i suoi vividi ricordi di allora: "... sarà stato sicuramente nel primo pomeriggio (stiamo parlando sempre, del 14 luglio 1943), quando, io e mio zio, abbiamo visto scendere dallo stradale (cioè dalla Statale 113), alcune auto di colore nero, forse tipo "Millecento", piene di carabinieri.
Nella prima di queste, c'erano — lateralmente — con i piedi poggiati sulle predelline esterne, e con le mani aggrappate al portabagagli, due carabinieri col fucile a spalla.
Ricordo l'espressione di meraviglia da parte di mio zio che disse: "e dove vanno tutti questi carabinieri?"
Dopo alcune ore, net tardo pomeriggio, abbiamo visto salire, sempre dallo stradale, un camion con le spalliere abbassate, carico di morti e feriti buttati alla rinfusa sul cassone che lungo il suo percorso lasciava una larga traccia di gocciolio intenso di sangue che colorava di rosso il fondo stradale.”
Verosimilmente, era lo stesso camion che scaricò poi i corpi dei fucilati presso l'Ospedale di Alcamo.
Ma il prof. Messina continua il suo racconto, dicendo: "... Tra i morti c'era un giovane di appena 18 anni, Francesco Ferrara. Sua madre viveva facendo la "pantalonaia" per mantenere la famiglia e spesso veniva a trovarci perché amica di mia madre.
Ricordo ancora quella donna, vestita di nero, che piangendo diceva quanto era bravo il suo figliolo. Egli si era recato ad Alcamo Diramazione su invito di un soldato di loro conoscenza per ricevere in regalo un paio di scarponi. Ed il paio di scarponi l'aveva già avuto, perché quando é stato fermato dai carabinieri, - diceva Ia madre — teneva le scarpe in una mano e nell'altra un fazzoletto legato a punta, pieno di riso.
Lo aveva preso dove c'erano i vagoni sventrati e dove tante persone affamate prendevano quel che potevano. Diceva — sempre la madre — e l'aveva appreso da qualche testimone oculare dell'inumano episodio, che un carabiniere aveva invitato ii ragazzo ad allontanarsi dal gruppo dei fermati, e Francesco (sempre tenendo nelle mani la sua refurtiva", incredulo di quanto stava succedendo, si staccava dagli altri e si immetteva su una stradella laterale. In quel momento però, il Capitano intimò al giovane Francesco di fermarsi e di ritornare con tutti gli altri.
E fu cosi che anche Francesco, di appena 18 anni compiuti da poco, cadde ucciso dal plotone di esecuzione.
Poi, qualche mese dopo venne a "Virgini" Felice Palmeri (di cui parleremo tra poco) perché conosceva i miei parenti. Era un ragazzone di circa 20 anni, abbastanza robusto, e parlò della sua fuga dal luogo della fucilazione quando capì — anche su sollecitazione del padre — le funeste intenzioni di quel Capitano dei CC. Egli si mise a correre tra i vagoni, quando una pallottola di rimbalzo lo colpi alla testa e gli rimase nel cranio senza che nessuno mai riuscisse a toglierla.
Dopo la fucilazione, quei viveri restarono abbandonati a Diramazione anche perché si susseguirono altri bombardamenti (16 e 20 luglio) e fino all'entrata degli Americani ed anche dopo, chiunque passava dalla Stazione poteva prelevare qualche "ricordino" alimentare da portare a casa.
E allora, a che cosa doveva servire quel gesto del capitano o tenente colonnello, che sia, che di eroico o di patriottico aveva proprio nulla?".

Fin qui l'avvincente racconto di un testimone oculare a cui dobbiamo aggiungere, per la completa veridicità dei fatti, le ricerche effettuate presso l'Archivio Storico del Comando Generale dei CC, secondo il quale il nome più probabile del Comandante la Compagnia CC. di Alcamo, in quel periodo, è stato il Capitano Salvatore Miraglia, che resse le sorti della Compagnia CC. di Alcamo fino al 13 gennaio del 1945, anche se si ignora la data dell'inizio del suo mandato ad Alcamo.
D'altro canto, sempre secondo l'Archivio Storico dell'Arma, il diretto predecessore del cap. Miraglia è stato il cap. Angelo Antico che venne ad Alcamo 26 luglio 1938, ma non si sa quando andò via. Ma in questo frattempo, c'è stata una lunga guerra mondiale e forse il cap. Antico non ha gestito per un periodo così lungo e complicato, la Compagnia CC. di Alcamo, pertanto, il nome più probabile è quello del cap. Salvatore Miraglia che diede quindi, verosimilmente, l'ordine di fucilare quelle inermi persone ad Alcamo Diramazione, colpevoli soltanto, di avere avuto fame.
Ma ci può essere una ipotesi altrettanto probabile e per non lasciare nessuna ombra circa l'identità del responsabile della fucilazione, dobbiamo riferire anche quanto ci è stato raccontato da più parti, da persone che erano presenti — anche se molto giovani — a quel tempo: il capitano dei CC responsabile della strage di Alcamo Diramazione fu allontanato, subito dopo, dal Comando della caserma alcamese, per cui rimarrebbe in piedi indefinita, l'ipotesi che ci sia stato il cap. Angelo Antico — comandante della Caserma dei CC di Alcamo dal 1938 e sopravvissuto quindi agli eventi bellici — in servizio ancora il 14 luglio del 1943, e quindi allontanato subito dopo la strage, per evitare possibili violente ritorsioni da parte dei familiari dei fucilati senza colpe, e quindi l'incolpevole capitano Salvatore Miraglia — che resse il Comando di Alcamo fino al 1945 — risulterebbe estraneo al funesto episodio di cui abbiamo parlato, mentre la figura del capitano Antico prende connotazioni sempre più reali come protagonista della strage. E tutto questo, purtroppo, per la impossibilità anche del Comando Generale dell'Arma di stabilire date certe e che — tramite il suo Archivio Storico — non ha potuto determinare la fine del mandato del capitano Antico e l'inizio di quello del capitano Miraglia.
La triste e luttuosa vicenda di Giuseppe Palmeri ci è stata raccontata — con altri particolari inediti — da un suo nipote, figlio della sorella del Palmeri, il quale ci ha riferito che: "lo zio si trovava ad Alcamo Diramazione assieme a due dei suoi cinque figli, il giovane Francesco e Felice, appunto, e che — come tutti gli altri presenti — raccoglievano le cibarie cadute per terra dai carri. Al sopraggiungere dei militari che avevano già circondato il gruppetto dei raccoglitori, il Palmeri capì quasi subito che la situazione stava volgendo al tragico per le evidenti intenzioni del Comandante che diede quasi subito l'ordine di sparare. Lo stesso Palmeri ebbe appena it tempo di gridare ai suoi due figli di scappare e mentre egli rimaneva per terra ucciso dalle pallottole, il figlio Francesco scappò assieme al fratello Felice il quale però — essendo meno agile perché di stazza più pesante - rimase un po' indietro e fu raggiunto da una pallottola di rimbalzo che gli penetrò net cranio lasciandolo svenuto per terra, grondante sangue. II Felice, ritenuto morto, fu raccolto dai militari e gettato assieme agli altri cadaveri su quel camion dal quale fuggì dopo essere rinvenuto e dopo essere stato scaricato nell'atrio dell'Ospedale, raggiungendo la sua abitazione che era ubicata poco distante dall'Ospedale, verso la fine del Corso 6 Aprile".
Per una strana sorte del destino, i cinque figli di Giuseppe Palmeri sono oggi tutti deceduti, per malattie o per incidenti, e l'unico a sopravvivere, fino a poco tempo fa, e stato proprio Felice che (come ci aveva raccontato il prof. Messina) aveva ancora la pallottola nel cranio e che viveva a Trapani, da pensionato e che ci ha raccontato in un incontro informale, la sua vicenda. Una esperienza indimenticabile — quella vissuta da Felice — e della quale non parlava volentieri, per i ricordi tristissimi che essa gli evocava.
Ma chi erano quella decina di poveri disgraziati alcamesi, oltre a due castellammaresi, morti o feriti gravemente? Quali ordini furono dati (e ai quali i militari non potevano sottrarsi per disciplina) ed infine chi fu a dar questi ordini fratricidi?
Chi fu a dare l'ordine, lo abbiamo appurato in modo quasi certo. ma la storia locale non ha ancora reso noti tutti i nomi dei morti perché a quel tempo a nessuna autorità conveniva far conoscere tale crudele episodio ma (e lo si sa per certo), morti e feriti furono caricati sul camion di cui dicevamo prima, e "scaricati" presso l'Ospedale di Alcamo (dove li vide attraverso il portone aperto dell'Ospedale, un nostro vecchio conoscente, allora ventenne, V.L., che ci raccontò di essere andato all'Ospedale perché aveva sentito dire che tra i morti c'era anche un suo amico) e dove otto o dieci di essi giunsero cadaveri, mentre altri due si salvarono — anche se feriti più o meno gravemente — fingendosi morti.
Secondo mons. Vincenzo Regina — autore del libro "Storia di Alcamo" i morti fucilati ad Alcamo Diramazione furono undici (tanti quanto quelli della strage di Portella delle Ginestre), ma l'autore purtroppo non ha specificato i nomi, o forse, non ha potuto farlo.
La maggior parte di essi però, siamo riusciti a rintracciarli andando a consultare l'Ufficio Anagrafe del Comune di Alcamo che ha svelato che il 16 luglio 1943 sono stati iscritti nel Registro dei Morti i seguenti nominativi, persone che sicuramente morirono ad Alcamo Diramazione poco dopo per i fatti di cui stiamo descrivendo le vicissitudini, e poi portati all'Ospedale Militare di Alcamo:

  1. Palmeri Giuseppe di anni 50 contadino (da Cast. del Golfo ma residente in Alcamo)
  2. Macaluso Salvatore " 34 molinaio (da Capaci)
  3. Macaluso Giuseppe " 41 (da Isola delle Femmine)
  4. Ferrara Francesco " 18 (da Alcamo)
  5. Colombo Mariano " 30 contadino (da Cast. del Golfo)
  6. La Commare Salvatore " 40 guardiano acquedotto (da San Marco, oggi Valderice)
  7. Marchese Salvatore " 34 contadino (da Pollina — PA)
Questi nominativi sono stati desunti — come dicevamo - dal Registro dei Morti, anno 1943 del Comune di Alcamo (ma quasi certamente non furono i soli, perché si parlò di oltre dieci morti) e per tutti si indica come luogo di morte la Stazione Ferroviaria di Alcamo Diramazione e successivamente portati, (e la maggior parte di loro già cadavere), presso l'Ospedale Militare di Alcamo.
Presso lo stesso Ospedale, inoltre, e per un altro mitragliamento di aerei americani alla Divisione dell'Esercito Italiano avvenuto quasi contemporaneamente, (esattamente due giorni dopo), nei pressi della contrada Sant'Anna di Alcamo, morirono invece:

  1. Domingo Rocco anni 20 - soldato artigliere
  2. Mineo Vincenzo anni 44 - tenente n. Enna
  3. Benenati Vincenzo anni 21 - soldato n. Alcamo
  4. Carandante G. Carlo anni 36 - soldato n. Marano (AQ)
  5. Mazzarella Nicola anni 19 - sold, cam. nera n.Villa Literno
  6. Favilli Francesco anni 20 - caporalmagg. n. Arezzo
  7. Antognazzi Aurelio anni 23 - artigliere n.Monzabano(mN)
  8. D'Antonio Vincenzo anni 26 - soldato n. Petrosino
  9. Sola Filippo anni 24 - Carabiniere n. Garda
  10. Manforte Salvatore anni 31 - autiere n. Covegnago B. (MI)
  11. Frigerio Dante anni 21 - artigliere
  12. Veneri Elvio anni 23 - caporalmaggiore n. Mantova
  13. Termini Alberto anni 28 - artigliere n. Sciacca
Un'altro alcamese, comunque, che fu fucilato anch'egli ad Alcamo Diramazione, della cui identità siamo certi, e che era intento, come gli altri, a raccogliere cibarie cadute per terra dai carri bombardati, e Giuseppe Canzoneri, nonno dell'omonimo sindacalista che ricopri l'incarico di Assessore ai LL.PP. del Comune di Alcamo, e che ricorda, come se fosse oggi, secondo il racconto dei familiari, che a stento il nonno arrivò fino a casa, ferito e pieno di sangue, fuggito dall'Ospedale di Alcamo, dove medici ed infermieri, dopo aver fatto una prima, frettolosa, cernita tra i morti i ed i feriti, avevano medicato il Canzoneri che scappò poi a casa — sotto choc — temendo un'altra rappresaglia.
Egli fu curato soltanto dagli stessi familiari che non volevano che la presenza del loro congiunto ferito arrivasse all'orecchio della Legge per le possibili conseguenze negative o addirittura per evitare che qualcuno togliesse di mezzo il loro congiunto diventato un testimone oculare scomodo.
Però, man mano che la nostra ricerca andava avanti, abbiamo cominciato a trovare testimoni oculari ben disposti a raccontarci quei fatti del 14 luglio 1943, rimasti impressi indelebilmente nei loro ricordi, come — per esempio - e il caso dell'anziano ma arzillo signor F. C. settantanovenne alcamese, che si trovava spesso ad Alcamo Diramazione perche un suo parente gestiva il Posto di Ristoro presso la Stazione e lui, diciassettenne, lo aiutava spesso.
Quel giorno — ricorda il signor F. — “dopo il bombardamento siamo usciti tutti, indenni, dagli improvvisati rifugi e quello che ho subito visto erano diversi carri merci che bruciavano mentre altri — sventrati — mostravano tutto il loro contenuto sparso per terra. C'era un carro, per esempio, pieno di biciclette marca Bianchi, con le gomme piene (verosimilmente destinate ai soldati di ronda) e ce n'era un altro, invece, pieno di armi — principalmente moschetti — e munizioni, che stavano esplodendo come tanti fuochi pirotecnici, ma i carri che ci interessavano erano quelli pieni di generi alimentari, presso i quali si dirigevano le altre persone che, nel frattempo, si avvicinavano".
L'attenzione del giovane F. (lui lo ricorda come fosse ieri) si concentrò però su un carro pieno di formaggini, una buonissima leccornia, specie per quel tempo, ed egli se ne fece una bella scorta assieme ad altre scatolette di carne ed un sacco di riso.
Carico di tutto quel ben di Dio, il giovane F. ritornò a casa nascondendo il prezioso bottino e non facendosi vedere più da quelle parti, sfuggendo così — inconsapevolmente — alla morte per fucilazione. Nei giorni seguenti però, sentì dai familiari la descrizione della fucilazione di quei concittadini sorpresi vicino ai carri e quindi, spaventato che qualcuno gli trovasse in casa il prezioso bottino precedentemente raccolto, andò a nasconderlo in un anfratto di terreno lì vicino recandovisi ogni tanto, a fare rifornimento.
E solo adesso, mentre scriviamo queste note, colleghiamo questo episodio a quanto raccontava nostro suocero, Isidoro Vasile di Calatafimi, padre di sette figlie femmine: spinto dalla necessità di dar da mangiare alla numerosa prole, quel signore, che era un agiato possidente agricolo, per uno strano scherzo del destino proprio quel fatidico giorno 14 luglio 1943 decise di caricare la propria giumenta con il grano raccolto qualche mese prima, per cercare di macinarlo nei molini della zona di Alcamo Diramazione, dato che alloggiava, con la famiglia, nel vicino Baglio di Contrada Arcauso.
E mentre il signor Vasile si avviava verso la Stazione, a cavallo della propria giumenta, sentì il rumore delle bombe che cadevano più avanti e della mitraglia, ma niente e nessuno sarebbe riuscito a distoglierlo dall'andare a macinare il grano per poter poi farne il pane per la famiglia. Soltanto che, arrivando nei pressi della Stazione Ferroviaria, vide tanti carri sventrati con il loro contenuto sparpagliato per terra, mentre gli aerei alleati se ne erano andati, ed i carabinieri non erano ancora arrivati (ma lui di tutto questo non ne sapeva nulla e nulla ne avrebbe mai saputo!) e quindi non pote sapere di essere scampato alla fucilazione soltanto per un breve lasso di tempo.
Comunque, assieme ad altre persone a lui sconosciute — racconta sempre il signor Vasile, — non penso più a macinare il grano (anche perché gli addetti ai molini erano quasi tutti a raccogliere da terra quell' insperato ben di Dio!) e riempi invece qualche suo sacco, di zucchero, riso e scatolame vario affrettandosi a ritornare subito al Baglio per sfamare le figlie e la moglie.
In margine a questi luttuosi avvenimenti, altri tre ne accaddero quasi contemporaneamente nelle vicinanze: ii primo fu un altro "miracolo" che placò la fame di tante persone per almeno due giorni perché prima del bombardamento, sempre nei pressi della Stazione una mandria di vacche stava attraversando i binari per andare al ricovero quando un treno — sopraggiunto improvvisamente — dovette frenare violentemente per non investire la preziosa mandria, ma una vacca non riusci a passare in tempo e quindi fu travolta dal convoglio ferroviario.
Di ciò se ne accorsero alcuni contadini che, considerando che se fosse passato molto tempo, la carne dell'animale investito sarebbe andata a male, pensarono bene di cominciare a squartare sul posto la carcassa della povera bestia portandosene a casa quanto era possibile e senza che nessuno, questa volta, li fucilasse.
C'erano anche — nei pressi — diversi mezzadri del proprietario terriero Pietro Lipari i quali se ne tagliarono addirittura un quarto lo portarono al vicino baglio dove fu arrostito ben bene e di cui ne mangiarono per due giorni, un po tutti i vicini.
L'altro avvenimento invece fu un vero atto di guerra perché ad Alcamo in contrada Sant' Anna era acquartierato il Corpo d'Armata dell'esercito italiano ormai ridotto male e comandato da un colonnello di cui non e stato tramandato il nome. Anche quei soldati erano allo stremo: fermi da tanti giorni e senza ordini (qualcuno addirittura aveva disertato e messosi in borghese era ritornato in famiglia) ma anche loro furono mitragliati dagli stessi aerei americani che volevano liberare la strada agli Alleati che da Gela e Licata, stavano convergendo verso Palermo dove nel frattempo erano sbarcate altre truppe alleate.
Cosa successe non si è mai saputo in tutta la sua interezza, perché dagli ambienti militari certe notizie è difficile che trapelino, ma anche in quella occasione ci furono altri morti, morti sacrificati sull'altare di una guerra ormai finita! (L'elenco di quei morti è stato già descritto nelle pagine precedenti).
Il terzo episodio, altrettanto luttuoso ed anche senza senso, successe qualche giorno dopo, esattamente il 20 luglio del 1943 (soltanto il giorno prima che le truppe alleate entrassero ad Alcamo!) e a morire sotto il fuoco degli aerei anglo-americani fu un giovane alcamese di soli 14 anni, Salvatore Pirrone, nato ad Alcamo esattamente il 6/9/1929. Quel ragazzo era andato in campagna assieme alla madre, per cercare di raccogliere verdure varie per la cena della famiglia (dato che da mangiare c'era veramente poco!) quando, sulla strada del ritorno, in contrada Santa Lucia, due aerei americani o inglesi — non avendo null'altro da mitragliare — si esercitarono al tiro contro quelle due inermi figure che arrancavano nella salita per tornare al Paese.
Certamente i piloti si accorsero che non potevano essere nemici, un ragazzino ed una donna, ma per esercitarsi al tiro andavano bene. E così mori il quattordicenne Salvatore Pirrone vittima incolpevole di una guerra praticamente finita mentre la madre che era crollata a terra per il grande spavento, scampo alla morte.
Vi lasciamo immaginare le strazianti scene di dolore della madre quando — rinvenendo — vide il figliolo riverso nel suo stesso sangue, le sue inutili invocazioni, le lacrime, la sua solitudine nella campagna e con le prime ombre della sera, che si addensavano in cielo, ed il suo affannoso ritorno in paese per cercare aiuto.
Ma Salvatore Pirrone non e stato ucciso da "incursione di aerei nemici", come scritto sulla lapide al cimitero di Alcamo, in ricordo del suo sacrificio, bensì da due aerei alleati anglo-americani e che quindi non erano certamente nemici quanto invece "amici" ed ecco dimostrato il proverbio che dice "dagli amici mi guardi Iddio che dai nemici mi guardo io".
Ritornando al nostro racconto principale, quegli otto o dieci sfortunati alcamesi, fucilati senza colpe, sono tuttora sepolti presso ii cimitero di Alcamo e forse sarebbe ii caso di individuarli e ritrovarli per tributare loro una lapide in ricordo di una vita persa per una guerra gia finita.
Alcuni anni fa, sindaco di Alcamo Massimo Ferrara, e stata da noi raccolta tutta la documentazione sulle circostanze della morte del giovane Pirrone, facendone richiesta di intestazione di una via cittadina che poi il Consiglio Comunale approvò, ed oggi ad Alcamo c'è almeno una via a ricordare it sacrificio di una morte assurda di un giovanissimo ragazzo senza colpe.
Poi, il 21 luglio — soltanto pochi giorni dopo — gli americani entrarono ad Alcamo entusiasticamente accolti da tutto il popolo ma anche dai tanti gerarchi fascisti, riciclatisi "genuini" democratici, e furono proprio loro ad avere dagli stessi americani l'incarico di gestire la nuova vita pubblica della Città, come — per esempio - il dentista Mario Pecoraro, Podestà sotto il fascismo e quindi Sindaco di Alcamo con gli americani, insomma il classico individuo buono per tutte le stagioni.